Il 22 marzo del 1842, all’angolo tra il Boulevard e la Rue des Capucines, colpito da apoplessia, crollò tra la folla un tale che, ricondotto poco dopo in fiacre nel suo albergo, vi morì alle due della notte seguente. Il morto si chiamava Henri Beyle. Giusto un anno prima, sopravvissuto a un primo attacco, aveva detto che non vi era niente di ridicolo a morire per la strada, purché non lo si faccia apposta. Lo stato civile è impietoso, e abolisce il nome d’arte, Stendhal.
La morte lo restituiva, lui che aveva tanto amato i sosia e i soprannomi dietro i quali celarsi, alla sua unica identità. Henri Beyle lasciava ben poco di quel «metallo», come lo chiamava in vita, o «quibus» o «zecchini» che aveva dilapidato.
Lasciava anche dei manoscritti: valore totale dell’opera omnia del «povero orfano abbandonato sulla strada» – come si definiva lui stesso rispetto alla gran cucina della letteratura – e morto sulla strada, 100 franchi.
Una miseria. La famiglia annunciò le esequie invitando alla mesta cerimonia gli amici. Nonostante quel che fece poi credere Mérimée, non si trattò di una cerimonia pagana, ma religiosa, e venne celebrata nella Chiesa dell’Assunzione tra la Rue de Cambon e la Rue du Faubourg-Saint-Honoré, alle 12 di giovedì 24 marzo. Secondo Mérimée il corteo funebre che accompagnava le spoglie era costituito di sole tre persone; ma si trattava dell’irrinunciabile leggenda che circonda la morte dei grandi incompresi: per i musicisti quella di Mozart docet, con tanto di cielo piangente una pioggia e una neve che non c’erano a Vienna quel famoso 7 dicembre del 1791 intiepidito dal sole invernale.
Di fatto dietro la carrozza funebre che si avviò verso il cimitero di Montmartre vi doveva essere almeno la famiglia – sorelle, cognato, nipoti – l’esecutore testamentario, cioè l’amico Colomb, altri amici, e forse persino un rappresentante del Ministero, dato che si andava pur sempre a seppellire un Console di Francia, Cavaliere della Legion d’Onore.
Il morto fu collocato in un modesto sepolcro, che ebbe la triste ventura di finire, quando più tardi venne costruito, all’ombra e al frastuono del ponte Caulaincourt percorso dai tram.
L’urna riportava le iniziali e le date (H. B. – 1783-1842), la lastra di marmo l’epitaffio che Stendhal aveva tanto studiato per definire l’Io dell’oltretomba: «Arrigo Beyle, Milanese, scrisse, visse, amò». L’amico compatriota delfinate Romain Colomb, capo della ragioneria dei trasporti reali, già messo alla prova da quel «Milanese», non intendendo il voluto paradosso, invertì l’ordine nel burocratico «scrisse, amò, visse».
Il triste corteo era passato inevitabilmente vicino a Rue de Londres, dove viveva Berlioz, impegnato in quei giorni a brigare per ottenere all’Institut il posto di Cherubini, morto il 15 marzo, in onore del quale aveva già pubblicato un lungo articolo, un coccodrillo che doveva tenere nel cassetto da un bel pezzo, scritto con unghie ben limate per non graffiare la memoria del grande maestro, e che venne tradotto anche in tedesco per la «Neue Zeitschrift für Musik». Mentre il corteo funebre di Henri Beyle sfilava vicino alle sue finestre, stava forse allo scrittoio per stendere per la «Revue et Gazette musicale de Paris» la critica sul sesto concerto della stagione del Conservatoire che aveva ascoltato il 21 marzo: Sinfonia in Sol minore di Mozart, frammenti di un oratorio (il Paulus) di Mendelssohn, ‘Dies Irae’ dal Requiem di Cherubini per celebrarne la scomparsa, e Seconda Sinfonia di Beethoven. Tranne che per Mendelssohn, che non aveva mai sentito, l’articolo non era molto impegnativo. Che fosse morto Henri Beyle, non se ne accorse neanche, come quasi tutti i francesi. Quel tale, di cui nei Mémoires mostra di non sapere neanche come si scriveva il nome, era per lui soltanto uno degli odiati dilettanti, che aveva scritto un libraccio sulla vita di Rossini «sotto lo pseudonimo di Stendhal insieme alle più irritanti stupidaggini che si possano dire sulla musica, della quale egli credeva di possedere il sentimento». Quel tale era anche autore di un romanzo, Le rouge et le noir, una sciocchezza che probabilmente, come molti altri francesi, Berlioz non aveva mai letto. Non sapeva neppure che quell’Henri Beyle fosse di Grenoble, un conterraneo delfinate. Ancora nel settembre 1854 ne parlava come se fosse vivo, e ne parlava sempre male: non aveva letto neanche l’articolo pubblicato pochi mesi prima da Sainte-Beuve, che, oltre che contenere solidi argomenti che avrebbero potuto servirgli per confermare le sue opinioni basate solo sull’antipatia per Rossini e i dilettanti, gli avrebbe dato anche qualche altra notizia interessante su quello «spirituale autore», come lo definì Sainte-Beuve, che quel romanzo del 1830 lo aveva invece letto con attenzione, e aveva letto anche quello del 1839, La chartreuse de Parme, nell’edizione delle opere complete pubblicata da Michel Lévy. Col suo celebre «Lundi» del 2 gennaio 1854 dedicato a M. de Stendhal, Sainte-Beuve metteva in atto una di quelle che tra i posteri risulteranno tra le più palesi ingiustizie letterarie: accusava lo scrittore morto oramai da dodici anni di essere un romanziere freddo, arrivato alla creazione letteraria attraverso l’opera critica, e affermava che i suoi personaggi, plasmati su due o tre idee, erano come degli automi, di cui a ogni movimento si intravede il meccanismo. A Stendhal, per un bel pezzo, fu negato lo statuto di scrittore dagli stessi letterati, come a Berlioz verrà negato lo stato di musicista dagli stessi musicisti. Neanche a Victor Hugo era mai piaciuto quel tale Beyle, detto Stendhal, che raccontava di imparare di gran lunga di più sui segreti dello stile leggendo ogni mattina i Mémoires sulle campagne dell’armata napoleonica del maresciallo Gouvion-Saint-Cyr o una pagina del codice civile piuttosto che Omero e osava anche farsi beffe del turgido periodare di Chateaubriand e della sua famosa «cima indeterminata delle foreste» il cui vague si précis, l’indeterminazione così precisa, i romantici come Hugo e Berlioz avevano eletto come cifra del proprio stile. E come avrebbe potuto il vate amare la frase di Beyle-Stendhal, che esattamente al contrario delle frasi che scriveva lui, fatte di ritmo, movimento, eloquenza, continuità, non era né turgida né retorica, ma essenziale e coincisa, e si rompeva deliberatamente, «per amore esagerato della logica »? Un altro romantique, Gautier, trovava che Stendhal fosse un filosofo, un moralista, un sapiente, un santo, tutto, ma non uno scrittore. Eppure, cosa assai strana, quando negli ultimi mesi della sua vita cercavano di togliergli dalle mani Le rouge et le noir per dargli qualche romanzo che si conformasse di più al suo gusto, il buon Théophile non smetteva di richiedere indietro Stendhal. «Non voleva leggere più altro che quell’inchiostro secco» racconta il genero Émile Bergerat. Quell’inchiostro secco aveva uno stile che era agli antipodi del suo, ma inanellava le parole con una tale perfezione che non lo annoiava mai. Uno stile, affermava Arthur de Gobineau nel 1845, che mirava direttamente alla ragione, e che non era lo stile della sua epoca, che cercava invece di colpire il cuore. Tra i grandi scrittori, oltre a Mérimée, vi era solo Balzac a piangere la morte di Stendhal, con gran stupore del più giovane Flaubert che non capiva tutto quell’entusiasmo. Balzac aveva visto più chiaro di ogni altro: considerava Le rouge et le noir uno dei libri fondatori dell’«école du désenchantement», la scuola del disincanto. «M. Beyle è uno degli uomini superiori del nostro tempo» aveva scritto su «La Revue Parisienne» nel 1840 quando aveva dedicato a La chartreuse de Parme una magnifica recensione la cui toccante generosità da parte di un grande scrittore nei confronti di un altro rimane un caso letterario per la sua rarità. In una commossa lettera, che impiegò mesi per scrivere, Stendhal, dal suo isolamento di Civitavecchia, lo aveva ringraziato per lo «stupefacente articolo, quale mai scrittore ricevette da un altro» e aveva corretto il suo romanzo secondo i suggerimenti del celebre collega che per ottenere il successo, e soprattutto i soldi che gli erano sempre mancati, si stava consumando chiuso nella sua stanza per notti e giorni sempre a scrivere. Il “beylisme” – religione che esploderà solo alla fine del XIX secolo – e l’egotismo stendhaliano sono atteggiamenti dello spirito che ritroviamo sotto diverse forme anche in Berlioz. Eppure, neanche nel 1865, quando rivide i Mémoires che contenevano quella nota sprezzante su Stendhal, sapeva chi fosse quello scrittore di cui nelle sue frequenti passeggiate nel cimitero di Montmartre aveva certamente incontrato la tomba vicina a quella che ospitava Harriet Smithson e Marie Recio. Forse aveva anche letto la strana e asciutta lapide, attirato magari da quelle due lettere, H. B., che erano stranamente uguali alle iniziali del suo stesso nome. Anche di se stesso, se fosse stato sintetico, avrebbe potuto dire «composi, vissi e amai». E, dovendo scegliere l’ordine della successione delle tre parole, avrebbe certo convenuto più con Stendhal che con Colomb, e avrebbe messo anche lui l’amore alla fine della terna come cifra con cui identificare la propria esistenza. Così fa infatti alla fine dei Mémoires, quando parla delle ali dell’anima, la musica e l’amore, e tra le due sceglie l’amore. Lo fa secondo il suo stile, da vero romantique, che, al contrario di quello di Stendhal, mirava al cuore anziché alla ragione. E fu proprio per avere troppo aderito allo spirito dei suoi tempi nel suo stile musicale e per avere sempre cercato di mirare al cuore che, a differenza di Stendhal, che si aspettava il successo per il 1880 e che lo ottenne, restò un inattuale anche dopo la morte. È singolare come anche a Berlioz toccasse, nello stesso modo di Stendhal, ma per motivi di tutt’altro genere, il destino dell’emarginazione da parte dei suoi contemporanei: con parole più o meno simili a quelle pronunciate da Gautier, Adolphe Adam riassunse quel che l’accademia musicale pensava di lui affermando che era tutto quel che si voleva, «poeta, sognatore ideale, uomo di talento, di ricerca talvolta e d’invenzione in certe sue combinazioni, ma non musicista ». Eppure quei funerali del 1842 avrebbero potuto dirgli qualcosa di molto significativo su ciò che stava dolorosamente imparando a proprie spese: che il pubblico, come scriveva proprio quei giorni nel suo articolo, «in quanto a es- sere commosso, in quanto ad ammirare e capire… sulla mia anima, le ostriche che si schiudono a mezzogiorno sulle spiagge comprendono e ammirano il sole nello stesso modo», e che l’arte e gli artisti in Francia godevano di ben poche speranze e pochissime protezioni. Quelle di cui godeva Berlioz stavano svanendo proprio allora come neve al sole. Iniziava il vero disincanto.